di Francesca Laganà

A Santa Margherita Ligure la lavorazione del pizzo al tombolo ebbe inizio, è proprio il caso di dirlo, ai tempi di quando Berta filava… O meglio: da quando le mani ingegnose delle madri, delle mogli e delle figlie dei nostri trisavoli, mediante un meraviglioso intreccio di fuselli, fili e spilli, seguendo un disegno predisposto da una “cartina” fissata su “tombolo” di paglia, cominciarono a creare vere e proprie trame al macramè, ai pizzi, alle trine, ai merletti.




Di quest’arte ligure che richiama il tema del mare parlava persino Strabone, storico e scienziato greco vissuto a cavallo della nascita di Cristo. Lo storico sammargheritese Attilio Regolo Scarsella, autore dei monumentali “Annali” della Città, fornisce notizie certe sin dal 1242. Nel Seicento furono costituite le prime società con lo scopo non solo di vendere i pizzi nel Genovesato, ma di esportarli anche in altre regioni italiane ed europee. Ancora ai primi dell’Ottocento Santa Margherita arrivava ad impiegare oltre 2.380 operaie (su seimila abitanti del Borgo) e, in un documento del 1828, si legge che “alla manifattura dei merletti lavorano indistintamente tutte le donne senza eccezione, dalla loro infanzia sino alla morte”.

Poi, come sempre accade, l’arte del pizzo ha alternato momenti di rifioritura e momenti di decadimento, resistendo però alla sfida del tempo. Oggi assistiamo ad un revival dell’attività (pur intesa come hobby) grazie ad alcune associazioni, cui va il merito di tramandare questa antica arte un po’ come si faceva, nei secoli scorsi, di madre in figlia. Una sfida che continua. Nel tempo.

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