di Lella Mondini

Per Genova e la Liguria il 24 giugno 1987 può ben dirsi una data storica. E’ infatti la data dell’unico concerto genovese di Frank Sinatra, bissato due giorni dopo al Covo di Nord Est. Chi ricorda il concerto genovese parla di un Sinatra elegantissimo, in smoking, perfetto così come perfetta fu l’orchestra orchestra diretta dal figlio.

Un evento memorabile, che visto con le lenti della storia ha origini lontane, addirittura nei natali della madre di Sinatra, Natalina Garaventa di Lumarzo. Anzi, di Rossi di Lumarzo, come ricordò lo stesso Sinatra dal palco del Palasport. In un’intervista del 1986, parlando del suo rapporto con l’Italia, Sinatra lo definì di amore e odio: “Odio, perché è stata una patria ingrata che ha costretto i miei genitore a emigrare. Ma c’è anche posto per l’amore, perché in fondo le radici non si dimenticano mai”.

Chi testimonierà questo amore sarà il paroliere Giorgio Calabrese, che rivelerà di un suo incontro con Sinatra, nel 1978 a Nashville, cuore del country americano:

Quando seppe che ero genovese, gli si illuminò il viso. Mi guardò fisso con quei suoi occhi famosi, azzurro intenso, e disse: devi sapere una cosa, Giorgio. Nel mio cuore ci sono Genova e il Genoa.

Insieme alla fede sportiva, a Sinatra non mancò il secondo tratto caratteristico del ligure verace: la passione per il pesto, consolidata dall’amicizia con la famiglia Belloni alias “Zeffirino” di via Porta degli Archi.

“Il primo incontro avvenne nel 1976, in uno dei suoi locali di New York dove ci recammo dopo il match Benvenuti-Griffith al Madison Square Garden – rivelerà lo stesso Belloni – Nel 1984 atterrò in elicottero e ci onorò di una visita con la moglie Barbara e Roger Moore. Ogni due mesi gli mandavamo il pesto a Malibù in una grazioso contenitore di cristallo a forma di casetta”.

Arriviamo dunque al 1987, data della sua penultima tournée italiana: Sinatra volle inserire proprio Genova quale terza tappa dei suoi concerti, e considerando la scelta della location, una cassa acustica non proprio eccelsa come il Palasport, non si fa fatica a credere che dovette imporla lui stesso ai suoi organizzatori.

Quando morì, nel 1998, la moglie Barbara scrisse una lettera all’amico Zeffirino per raccontargli che Frank, da vero genoano, volle essere seppellito con la cravatta rossoblu. Perché in fondo, le radici, non si dimenticano mai.

 

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